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Itinerari

I fondali di Santa Marinella

di Gherardo Zei

Siamo a nord di Capo Linaro, in uno dei tratti più conosciuti del litorale ma che riesce ugualmente a regalare belle soddisfazioni: a terra come al largo. Si prendono saraghi, cefali, spigole, salpe, ma anche dentici e qualche pelagico

La zona in pillole

Periodo migliore: probabilmente sono due. Maggio/giugno per cefali, orate, saraghi e soprattutto dentici. Settembre/novembre per cefali, barracuda, serra e orate. A dicembre, gennaio e febbraio ci può scappare la spigola e cefaloni giganteschi. Marzo e aprile sono i mesi peggiori, ma sono anche quelli popolati da polpi di dimensioni enormi, dai due ai cinque chili di peso

Venti e correnti: sono lo scirocchetto leggero che fa pesce e il ponente leggero che pulisce l’acqua. I venti che alzano il mare sono il libeccio e il maestrale

Visibilità: in generale la visibilità media va dai tre ai cinque metri. Raramente c’è grande visibilità e molto più spesso capita di pescare con il torbidone, vedendo solo la punta dell’arma. Ma questa scarsa visibilità è la salvezza del nostro litorale, in quanto impedisce  ai malintenzionati di praticare con costanza la trainetta

Prede: cefali, saraghi, spigole, orate, serra, barracuda, corvine. Oltre naturalmente a polpi, murene, gronghi, tordi, capponi, mostelle

Profondità: mediamente si pesca tra i due e gli otto/dieci metri. Il fondale digrada lentamente e per scendere più a fondo bisogna essere parecchio al largo

Da dove partire: da terra si può entrare in acqua dovunque, mentre con il gommone bisogna scarrellare allo scivolo di Frinchillucci

Divieti: l’unico divieto è costituito dalle consuete ordinanze balneari

La ricetta: polpo con patate

La cosa difficile è pulire e preparare il polpo. Tenete presente che in questa ricetta parlerò di polpo congelato, premettendo che il cefalopode può essere consumato anche fresco ma gli esemplari superiori al mezzo chilo vanno in tal caso battuti (cosa scomoda e noiosa), mentre basta congelarlo per una notte perché rimanga perfettamente morbido.

Premesso ciò, bisogna decongelare il nostro polpo in acqua calda e, subito dopo, sempre in acqua tiepida spellarlo a partire dalla testa e verso la punta dei tentacoli. E’ possibile togliere non solo la pelle ma anche la gran parte delle ventose più grandi. Si tratta di tirare giù e quasi sfilare uniformemente la pelle e le ventose da ogni tentacolo, scalzando via il tutto, millimetro per millimetro, con la pressione costante e “scalzante” della punta delle dita. Non è facile ed è faticoso, ma l’acqua tiepida (possibilmente corrente) aiuta. Dopo di che si deve bollire il polpo per una quarantina di minuti, partendo da acqua fredda, per un esemplare di un chilo, cinquanta minuti per uno di due chili e un’ora dai tre chili i su.

Finita la cottura bisogna lasciar freddare il polpo nella sua acqua e, infine, rimuovere le parti residue di pelle, che verranno via facilmente. Da ultimo si spezzetta il polpo e si conserva a parte l’acqua di bollitura, avendo avuto cura di levare o filtrare il fondo che contiene gli ultimi residui di pelle. A questo punto il lavoro di preparazione è finito.

Nel caso del polpo con le patate bisogna prendere due cipolle rosse, tagliarle in modo sottile e farle spegnere in padella con un bicchiere d’olio fino a una leggera doratura. A questo punto si mette in padella il polpo spezzettato, si sala e si mescola per circa un quarto d’ora. Subito dopo si aggiungono le patate già sbucciate e tagliate a tocchetti. Diciamo che serve circa un chilo di patate per un chilo di polpo. Mescolato il soffritto di cipolle con il polpo e le patate ancora per due o tre minuti, si aggiunge l’acqua di bollitura (che avevamo tenuto da parte) fino a riempire quasi la teglia. Lasciamo cuocere a fuoco lento, mescolando di tanto in tanto, esattamente per mezz’ora: non un minuto di più, non un minuto di meno. Attenzione ad aggiungere altro liquido se l’acqua di bollitura si dovesse asciugare prima. Infatti le patate, se rimangono senza acqua, si attaccano subito. Sentirete che squisitezza.

Quel mare che amo

Si parla sempre di fondali da sogno. Luoghi magici e incantati dove la natura sottomarina si presenta ancora come agli albori della creazione. Faraglioni di roccia bianca e di granito rosa. Paesaggi da cartolina dove pochi privilegiati del jet set vivono come in un film.

Ma i sentimenti per il nostro mare di casa dove li mettiamo? Per cento anni potrei andare da qualsiasi parte del mondo ma, alla fine, amerei soltanto il mio mare di Santa Marinella e di Civitavecchia. E mi è impossibile trovare le parole per descrivere i sentimenti che provo per quelle rocce del bagnasciuga di Capo Linaro o di Riva di Traiano, che mi hanno visto arrivare frettoloso e solitario nelle giornate nuvolose d’inverno per strappare un paio d’ore di mare a un tramonto gelido. Quelle pietre mi sembra di conoscerle e di amarle come se fossero persone. E non so proprio con quali parole posso descrivere ciò che provo per quel grotto basso di Santa Marinella, che alternandosi alle praterie di posidonia nella luce opaca mi ha tenuto compagnia mentre consumavo decine di paia di pinne in nuotate che sembravano non voler mai finire.

Sono appena rientrato da una settimana di vacanza in Corsica durante la quale ho visitato tanti posti da cartolina e ho pescato e nuotato in onde straniere. Ma adesso sto tornando a casa. La strada polverosa dietro la centrale dell’Enel mi porta verso la Frasca. E davanti a me, improvvisamente, ecco il mio mare! Come un’esplosione nel cuore! Sulla destra vedo il campeggio della Frasca e i molti camper di un turismo povero e domenicale. In lontananza, sul mare, si scorge il terminal petrolifero con i rimorchiatori che si affaccendano intorno a una petroliera che sta scaricando. Questo posto farebbe rabbrividire d’orrore quasi tutti i turisti del bel mondo che ho incontrato in Corsica. Ma per me è diverso.

Mi vesto in un attimo e via in acqua dentro il mio mare come un nascituro potrebbe nuotare nella pancia della madre. Alla terza ora di pesca si alza un maestrale sostenuto che scaglia le onde contro la costa bassa. Tutta la zona canta il ritmo allegro e sincopato della risacca e della bianca schiuma. Con le cavigliere e lo schienalino faccio l’aspetto e l’agguato proprio sotto il cavo dell’onda e scivolo nel torbido circondato da miriadi di castagnole e di salpette. Improvvisamente mi viene incontro una ricciola. No, è un serra! Sono quasi allo scoperto. Mi sente e si allarga fuori tiro cominciando a passarmi di fianco. Mi immobilizzo e mi schiaccio al terreno, cercando nel contempo di brandeggiare il fucile quasi sotto di me, per metterlo in mira senza che se ne accorga. Il serra è bello, fiero e maestoso come un principe della risacca e non è abituato ad avere molti avversari nella schiuma. Per questo sottovaluta quella strana creatura immobile con gli occhi socchiusi apparentemente tremante e schiacciata nella sua buca. E commette un errore: stringe la curva per vedermi meglio.

Ormai il fucile è in mira e, forse, il pesce è a tiro. Il mio Cyrano ce la può fare. Parte la freccia e colpisce il serra giusto sopra la pinnetta addominale. L’avrò passato? Decido di forzare il recupero approfittando del momento di sbandamento del predone e tiro il nylon a grandi bracciate. Riemergendo riesco quasi ad afferrare l’asta. A questo punto scoppia il finimondo e per qualche secondo non posso fare altro che stringere la freccia che sembra piegarsi nelle mie mani come se fosse posseduta da un tornado. Ma in una pausa della sfuriata riesco ad afferrare l’animale con la sinistra e finirlo con lo stiletto. Magnifico pesce di circa quattro chili!

Lancio un urlo di gioia, un grido d’amore verso le mie onde. Se il cuore potesse spandersi nell’aria si diffonderebbe lungo la costa: dalla spiaggia assolata delle Murelle volerebbe verso le acque limacciose del Mignone e la pineta di Punta Quaglia. Planerebbe sopra l’Aurelia superando l’antemurale di Civitavecchia, il Pirgus e la Lega Navale, poi si spingerebbe verso Punta delle Vipere e, infine, volerebbe in faccia al sole laggiù, verso Baia di Levante e le secche… per approdare a Macchia Tonda e a Palo. Questo è il mio mare: sono nato con lui e morirò con lui!

La costa del Lazio, povera e bistrattata, sa regalarmi emozioni che i grandi “signori” del turismo d’èlite e degli yacht d’altura non capiranno mai. Ma che ne sanno loro del mare? Niente per l’appunto… come dicevo prima.

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