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Attualità

Marco Bardi: quei dentici in arrivo

(il pezzo a seguire è già apparso nei numeri passati della rivista cartacea)

Iniziavo a essere un buon pescatore e mi sembrava una logica conseguenza vedere dove potevo arrivare. L’unico inconveniente era l’età e l’esuberanza.

Non solo cercavo a ogni tuffo di guadagnare qualcosa in profondità, ma tiravo sempre di più l’apnea e per giunta ero quasi sempre in mare da solo, senza nessuno che mi faceva assistenza.

Ho rischiato molto, perchè ho commesso lo stesso errore che fanno quasi tutti quelli che rimangono infatuati dalla nostra bellissima disciplina. Alcuni, come il sottoscritto, sono stati fortunati perché possono raccontarlo, ma purtroppo ci sono gli sfortunati, quelli che per un secondo appena di differenza non ci sono più.

Quella volta stavo bene e scesi sul cappello di una secca, portando poi l’aspetto rivolto verso la caduta. Da sotto vidi materializzarsi due grandi dotti che, come loro abitudine, si avvicinavano lentamente. La scena e la speranza di colpirne uno mi avevano fatto dimenticare il tempo che passava inesorabile.

Con parecchio ritardo mi resi conto che avevo tirato troppo l’apnea e decisi di risalire, ma mentre stavo per staccarmi dal fondo di lato si presentò uno spettacolo inedito. Decine di grossi dentici mi stavano circondando.

Le contrazioni del diaframma, tipiche di quando hai superato i limiti, mi dicevano con forza di risalire, un dentice così, però, non lo avevo mai preso! E prevalse l’esuberanza della gioventù, quel meccanismo che non ti fa avere paura.

Adesso sparo e risalgo, mi dicevo, manca davvero poco. Un angelo mi tirò via con forza dal fondale e l’istinto mi portò subito a sganciare la zavorra. Nel tempo che trascorsi in risalita, rividi in un flash tutta la mia vita. Arrivai in superficie e ripresi aria mentre il corpo non rispondeva alla volontà, le gambe ballavano quella che viene definita una “samba” (il momento che precede la sincope); durò qualche secondo, dopo mi ripresi. Pensai a ciò che avevo fatto e quanto avevo rischiato. Solo allora compresi l’enormità del fatto e mi ripromisi che se fosse successo di nuovo avrei smesso per sempre.

Quell’episodio mi ha insegnato tanto e infatti, dopo una vita di pesca e di tuffi a tutte le profondità, non è mai più successo. 

La morale è la seguente: non fate il mio errore, non aspettate il gesto estremo per capire perché potrebbe essere tardi; ci sono almeno 20 accorgimenti per scendere in sicurezza e fare comunque una buona apnea.

E soprattutto riflettete su due cose: la prima è che se non avessi sganciato la zavorra non avrei mai raggiunto la superficie; la seconda è che se avessi sparato a quel dentice sarebbe stato l’ultimo. Invece ne ho presi molti altri.

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