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Itinerari

Nel bassofondo di Boa Vista

(questo pezzo è già apparso nei numeri passati della nostra rivista)

Qualche giorno su quest’isola dell’arcipelago di Capo Verde pescando sotto costa, senza mai scendere sotto I 15 metri. Saraghi faraone, un grosso serra, branchi di carangidi sui due o tre chili di peso. E il divertimento è assicurato! di Fabrizio Paluzzi

Trascorsi lunghi mesi di attesa sognando le bianchi e assolate spiagge di quest’isola baciata dai tepori dell’anticiclone africano, in una ventosa mattina di marzo ha inizio l’avventura: isola di Boavista, arcipelago di Capo Verde. Ad attenderci c’e’la responsabile del rental car, situato nel capoluogo, Sal Rei. Da lì breve trasferimento verso il nostro resort. L’indomani si va in mare.

Sei del mattino, Playa de Lacaçao, località Santa Monica, zona sud dell’isola. Il sole che timidamente prende forma e il mare spumeggiante. Entro in acqua con la consapevolezza che dovrò pinneggiare un bel po’ visto come mi era stato detto il giorno prima dal responsabile del vicino diving.

L’oceano, nonostante da fuori sembri pulito, già a mezz’acqua diventa bianca e giallognolo, in compenso è relativamente caldo, circa 23 gradi e con una corrente in superficie da nord, mentre sul fondo cambia radicalmente, spirando da ovest/sud-ovest, il che mi costringe ad aggrapparmi alle concrezioni rocciose per effettuare i vari aspetti. Il fondale, per circa 100, 150 metri da riva, si presenta sabbioso con sporadiche strisce rocciose qua e là.

Solo qualche pesce pappagallo e qualche balestra multicolore, ma sono venuto qui per ben altro! Percorsi di buona lena altri 100 metri, finalmente, esattamente di fronte al casottino verde del diving, iniziano cigli e canaloni di roccia calcarea alti circa un metro. La batimetrica è sui dieci metri e si inizia a vedere un cospicuo movimento; dove c’è una parvenza di anfratto, ecco diversi pesci scoiattolo di una livrea tra il rosso e l’arancione. Dopo quattro o cinque aspetti seguendo questi canyon, finalmente arriva un pesce imperatore di un paio di chili; si tiene però a distanza, fa una lieve virata sulla mia sinistra per poi avvicinarsi. Mi porge il fianco argenteo, il grilletto si contrae e l’asta va a segno, dietro le branchie. Un bel pesce, con il muso che ricorda quello di una mormora.

Gli aspetti si susseguono, ma tranne un faraone e un carangide non grande non vedrò più niente di interessante.

IIl secondo giorno mi dirigo verso il promontorio di Praia de Curral Mateus. Parto all’alba perccorendo I chilometri che mi separano dal posto con il mio pick up. Le strade, infatti, non sono certo come le nostre. Tempo quindici minuti e arrivo, seguendo questi sentieri sabbiosi misti a terra battuta, al promontorio.

Incontro subito una leggera risacca che si va a infrangere sul faraglione prospicente provocando energici sbuffi, il che mi costringe a indossare le pinne, sistemare boa e telecamera sul fucile prima di entrare in acqua. Noto subito,tra roccia e sabbia, una consistente presenza di saraghi, marmore, pesci veja e qualche chirurgo, che mi osservano incuriositi. Mi dirigo verso il largo, tenendo il promontorio, largo poco più di 150 metri, sulla sinistra, ma noto con disappunto che ci sono poche zone rocciose e poco pesce. Allora provo ad accentrami; il mio riferimento a terra sarà una crepa trasversale in mezzo all’ammasso roccioso. Qui, c’è un alternarsi di cigli e lastroni con parecchi pappagallo, faraoni e balestra.

Ci sono appena otto metri di fondo. Inizio a effettuare varie poste e noto che la visibilità non supera I Quattro o cinque metri.La corrente è sostenuta tanto che sono costretto ad ancorarmi con la mano libera per non venir trscinato via. Sulla destra, verso il mare aperto, tra il trambusto di guizzanti pesci pappagallo compare un branco di saraghi faraoni, con alcuni esemplare di peso. Inizialmente desisto, sperando in qualcosa di più sostanzioso. Ma niente. Allora mi abbasso in un vicino catino e provo a fare avvicinare i faraoni. Prima arrivano i più piccoli, poi i due più grandi del branco. Che mi puntano. Parte il colpo che centra lo sparide in pieno.

In un batter d’occhio ricarico il fucile e tento un aspetto a monte della boa, che avevo precedentemente pedagnato. Compare un altro branco di faraoni, ma sono piccoli, in compenso dal mare aperto, nuotando contro corrente, irrompono nella scena due ricciole sui quattro chili, che mi sorvolano a mezz’acqua , costringendomi a ruotare il pneumatico da 100 da destra a sinistra. Riesco a inquadrare il pesce dal basso verso l’alto e parte il tiro. Presa.

Dopo qualche altro tentativo in zona, che mi frutterà due carangidi non grandi, decido di spostarmi all’estremità sud del promontorio. Lì la roccia si fa più consistente, inoltre l’acqua è più pulita.

In prossimità di una buca noto dalla superficie (ci sono appena dieci metri d’acqua) un consistente volteggiare di pesci multicolore. Effettuo una posta verso il mare aperto e la scelta verrà premiata da un secondo pesce imperatore di circa un chilo e mezzo. Sono su un fondale di dodici metri, la roccia lascia il posto a un mare di sabbia, decido quindi di rientrare. In mezz’ora raggiungo la riva.

Il terzo giorno vorrrei esplorare da Punta Pesquiero Grande a Isola Curral Velho, un tratto di costa vicino al resort. Il sole deve ancora sorgere e sono già vestito dentro il mio pick up, pronto per partire. Arrivato nei pressi del promontorio di Curral Mateus, parcheggio su una piazziola di terra battuta per proseguire a piedi per circa un chilometro.

Giungo ad una piccola insenatura naturale, composta da roccia lavica che si affaccia sul lato ovest dell’isola, noto che vi è una forte corrente di risacca. Ma appena immerso, la sopresa: la visibilità è ottima. Una volta superato il punto critico, mi trovo al cospetto di un fondale decisamente più bello rispetto a quelli dei giorni precedentementi. Trovo alti cigli con una moltitudine di pesci chirurgo, balestra, faraoni, pesci palla.

Euforico, inizio a effettuare una serie di aspetti sui sei metri e subito metto in sagola un faraone. Mi sposto leggermente in fuori, su un ciglio a mezzaluna, molto fessurato con all’interno veja e pesci scogliattolo, che intimoriti retrocedono. Mi immobilizzo dietro questo ciglio, di fronte ho un paio di saraghi e in lontananza un balestra che, sornione, mi punta. All’improvviso arriva un dentice, correggo la linea di mira e lascio partirre il tiro. Che non ha storia.

Proseguo verso il largo, ma noto che a circa dieci metri di profondità i cigli si diradano sempre più e l’esplosione di vita iniziale si è rarefatta, lasciando posto ai pesci autoctoni di questo arcipelago, con qualche sparuta sortita di carangidi di vario colore. Ne prendo un paio di esemplari in rapida successione.

Sono ormai a circa ottanta metri dall’isolotto e noto che su un fondale di circa otto metri I cigli sono di nuovo numerosi. Tento un agguato misto a un aspetto e nello svoltare l’angolo sinistro trovo davanti a me un masso fratturato alla base dove entra ed esce un fiume di saraghi faraone. E’ senza dubbio una tana mastra, ma sono pesci talmente facili che mi limito e riprenderli con la telecamera e a proseguire oltre.

Nonostante l’esigua profondità, vi è un tripudio di vita. Sorvolo un canalone e agguatando a contatto del terreno raggiungo l’ennesimo ciglio. In lontananza un gruppo formato da cinque pesci timone, tipici di questi fondali. Sono immobile, parzialmente nascosto, quando nel rettocedere il branco mi punta. Sparo e faccio coppiola. Sono pesci di colore argenteo che tende a un grigio canna di fucile, dal corpo tozzo e dal muso simile alle salpe. La giornata finisce qui.

Il quarto giorno parto alla volta del lato sud, l’Ilhêu de Curral Velhò. Decido di immergermi sempre dalla punta Peschiero Grande e raggiungere subito l’estremità sud dell’isolotto ed esplorare la zona che va dal sottoriva a circa trecento metri al largo.

Inaspettatamente mi rendo conto che la situazione meteo marina è cambiata; acqua torbida nei primi cinquanta metri da riva, con onde alte un metro che si infrangono sulle roccie sottostanti. Superato il punto critico, l’acqua sarà abbastanza limpida e un fiume di carangidi pinna gialla mi passerà sotto le pinne. Il mare mosso li ha fatti avvicinare a riva! Invece che puntare verso l’isola, decido di provare alcune sommozzate in rapida successione.

Percorro un canale obbliquo alla terraferma, posto tra due cigli e mi trovo di fronte un branco di cefali intenti a banchettare, Tento un agguato di avvicinamento quando vedo in lontananza avvicinarsi, con area minacciosa, un grosso serra. Mi abbasso in una sorta di catino e il pesce mi punta deciso. Colpito, parte come un treno verso il largo. Qualche minuto di combattimento e lo porto in superficie. Farà registrare sette chili esatti.

Giungo all’estremità sud dell’isola, a circa 150 metri dalla costa, prenderò sun pesce imperatore e un dentice capoverdiano. Il fondale, nonostante la distanza dalla costa, non scende oltre I dieci metri con roccia mista a sabbia. Dopo un po’ decido di rientrare. Qui finisce la mia esperienza in quell di Capo Verde, un’esperienza che consiglio a tutti. Non solo a chi ama la pesca nel blu…

Fabrizio Paluzzi

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